Ribellarsi
L'opposizione all'autocrazia di Trump incontra il suo limite quando esiste ancora un’enorme sezione del popolo che è perfettamente in pace con il corso della storia

La scorsa settimana, in La vita sotto il regime, anno II, rispondevo a una domanda che ricevo frequentemente dall’Italia: “Com’è la situazione lì?”
Oggi riflettiamo sulla risposta a un’altra domanda frequente: “Perché sembra che la gente non faccia nulla per impedire quello che sta accadendo?”
Capita spesso anche a me: l’immaginazione prende il volo verso meravigliosi lidi ove il popolo residente negli Stati Uniti sotto la presidenza di Donald Trump esplode in un’enorme, collettiva affermazione di estenuazione per il comportamento del presidente e le modalità con cui amministra la nazione.
Il malgoverno e il malessere sono così straordinariamente gravi, che l’unica ragionevole terapia non passa più per le porte dell’ordinario: il popolo ha preso la straordinaria decisione che Trump deve essere destituito dall’incarico di governarlo e, pertanto, non può fare altro che andarsene, sconfitto non in elezione, ma dall’universale senso di giustizia e rettitudine che ha destinato il mondo al bene — non a questa cosa qui, che tutto è fuorché bene.
È una visione ricca di desiderio e di speranza. La sento spesso trasparire dalle vostre domande e osservazioni, motivata dalla percezione, legittima e corretta, che quanto stia accadendo alla Casa Bianca sia troppo grave per non dimandare un intervento drastico: una ribellione del bene contro il male.
È anche una visione piena di sbigottimento, poiché oltre all’espressione di dissenso delle manifestazioni di strada1 e alla resistenza alle operazioni di ICE (in particolare a Minneapolis), dall’esterno non sembra che il popolo statunitense stia facendo molto per contenere il pericolo e arginare la deriva — segno che, magari, non è neanche del tutto cosciente di quanto sta accadendo.
Non è così. Ne abbiamo parlato la scorsa settimana: non c’è indolenza, né accettazione passiva del dramma in corso (in coloro che lo ritengono un dramma), per quanto crei un diffuso e legittimo senso di smarrimento.
La verità è che oltre a:
1) votare nelle imminenti elezioni di metà mandato,
2) protestare pacificamente,
3) donare denaro e tempo a personalità politiche, movimenti, associazioni e persone impegnate nella risposta alle politiche di Trump,
4) chiamare lə rappresentanti alla Camera del distretto congressuale in cui si risiede per lamentarsi (una pratica molto diffusa negli Stati Uniti, ma quasi sconosciuta, direi, in Italia)2,
5) riunirsi per sfogarsi, discutere, trovare rifugio reciproco e mutuo aiuto…
…non c’è molto altro che il popolo possa fare.
Dici poco! Sono cinque azioni concrete che il popolo può intraprendere per esprimere dissenso verso l’amministrazione Trump: non sono poche, e sono preziose ed essenziali al corretto funzionamento di una democrazia. Ovviamente, però, nessuna di queste è in grado di produrre l’effetto immediato — neanche dilazionato nel breve termine — di rimpiazzare il regime in carica. Neppure le elezioni di metà mandato, ma su questo torniamo più avanti.
Spesso ce lo dimentichiamo, osservando gli eventi in corso con apprensione e con la convinzione — fondata — di essere dalla parte giusta della storia. Ma qualsiasi opposizione/ribellione al carattere autocratico del governo instaurato da Trump incontra il suo limite laddove esiste ancora un’enorme sezione di popolo statunitense — quasi la metà — che è perfettamente a posto e in pace con l’andamento degli eventi.
Promemoria tra parentesi:
L’Italia ci ha abituato a continui rovesciamenti di governo, guidati dal Parlamento ma influenzati anche dal discontento e dall’iniziativa del popolo. La dedizione di quest’ultimo allo strumento dello sciopero generale è storica, solida e sanzionata dalla legge.
Ma negli Stati Uniti i governi non sono balneari: sono strettamente quadriennali. L’equivalente della sfiducia al governo, dispositivo comunissimo nei sistemi parlamentari europei, sarebbe l’impeachment: ma è una procedura rarissima, che non ha mai portato alla rimozione di nessun presidente in carica.3 Quante volte invece sentiamo l’espressione “sfiducia al governo” calata nel contesto italiano, francese, britannico…?
Neanche le espressioni “venerdì c’è sciopero” o “treni garantiti” appartengono all’esperienza statunitense, e non solo perché utilizzare i mezzi pubblici è più raro che in Europa: anche perché il diritto allo sciopero è più traballante.
Ne ho parlato con Elide in un episodio di Americanate Podcast.
Il tasso di gradimento della seconda presidenza Trump è in discesa. Secondo Silver Bulletin, al momento in cui scrivo (9-10 febbraio) il tasso di approvazione medio (su un campione di 86 sondaggi) è del 41,2%: un calo del 14,4% da inizio mandato. Da un lato, il discontento verso il presidente aumenta organicamente durante il mandato, per il semplice motivo che il popolo è sempre più severo verso il governo in carica. Dall’altro, il calo dei consensi a Trump è maggiore di quello solitamente registrato per un presidente a un anno dall’insediamento.
Se vi trastullate con lo strumento interattivo di Gallup che illustra e paragona il tasso di approvazione dei presidenti degli Stati Uniti da Harry Truman a oggi, scoprirete che, dopo un anno di presidenza, Trump ha sempre ottenuto risultati peggiori di tutti gli altri, sia nel 2018 che nel 2026 (il dato è sicuramente sporcato dal fattore, ehm, Trump: nessun presidente è mai stato così divisivo, ed è lui che ha inaugurato l’era della partigianeria senza compromessi. C’era una volta in cui l’elettorato poteva ancora gradire l’operato di un presidente del partito opposto; non oggi).
Bene, ma se questi dati infondono speranza nei vostri cuori, vi invito a maneggiarla con cura e almeno un paio di pinze.
Io devo ancora incontrare una persona che ha cambiato idea su Donald Trump dopo aver votato per lui e averne sostenuto il messaggio.
Non è perché vivo in una roccaforte democratica come Boulder: sapete che regolarmente esco dal recinto blu4 per ascoltare chi si identifica nell’ideologia MAGA (lo farò anche la settimana prossima, con un viaggio-reportage in Idaho, poi tornerò qui a raccontarvelo). Con l’elettorato di Trump parlo in continuazione, così come tutti i giorni apro il sito di Fox News per capire come si informa e cosa svetta in cima alla lista delle sue preoccupazioni. Non ci sono segni di una trasformazione collettiva in atto o in potenza.
Le persone che hanno cambiato idea esistono: i giornali sono bravi a scovarle. Ma queste persone fanno notizia in quanto rare, non perché espressione di un fenomeno più ampio di riallineamento ideologico. Ieri sera, mentre cucinavo i ravioli cinesi di Trader Joe’s, ho ascoltato un episodio (link regalo, vi consiglio l’ascolto) di The Daily, il popolare podcast del New York Times, che esamina le reazioni ai fatti di Minneapolis di alcune persone che hanno votato per Trump: per un’elettrice colpita negativamente, ci sono due elettori che criticano certi aspetti della condotta dell’amministrazione, ma non vedono perché dovrebbe far loro cambiare idea sulla sostanza.
Non è con pessimismo che offro queste constatazioni: è con realismo, per capire cosa può davvero inscenare una trasformazione efficace ed effettiva e, quindi, tenere gli occhi incollati su quella strada, ignorando tutto ciò che crea solo rumore e distrazione.
Dal popolo che oppone Donald Trump, rimanendo nei limiti del rispetto della democrazia, in questo momento non si può auspicare nulla di più di quello che sta già facendo (vedi sopra). Questo non lo rende indolente né tantomeno illuso: al contrario, lo conferma attore lucido e cosciente su un palcoscenico che per necessità condivide con forze opposte e contrarie.
Le elezioni di metà mandato sono lo strumento più importante a disposizione di questa nutrita fetta di popolo. Ma anche questa opportunità, cuore pulsante della democrazia, esige una buona dose di realismo: a parte il problema non da poco per cui Trump è già all’opera per far sì che qualsiasi risultato sia favorevole a lui, anche a costo di spacciare la menzogna per verità (lo ha già fatto; lo fa tutti i giorni), l’esito delle elezioni è sacrosanto ma non basta più.
Lo ha ampiamente dimostrato l’elezione di Joe Biden nel 2020, che sta al benessere della politica statunitense come la vittoria agli Europei dello stesso anno sta alla salute della nazionale maschile italiana di calcio: un banale cerotto su una ferita che necessita di molteplici interventi chirurgici e punti di sutura.
La via di uscita dalla situazione politica attuale negli Stati Uniti è un percorso di coscienza in cui confluiscono tre cambi di direzione decisivi e complementari:
1) La trasformazione del Partito Democratico in un progetto politico veramente inclusivo (e non solo di chi passa certi test di purezza ideologica; ho letto un articolo illuminante in merito, ne parleremo presto) che offre una visione più allettante e longeva dell’opposizione a Donald Trump fine a se stessa,
2) L’allontanamento da Trump di una massa consistente di popolo che in lui ha intravisto un’ipotesi di salvezza dall’infelicità,
3) La presa di coscienza di rappresentanti e senatori/senatrici repubblicanə al Congresso.

Silvio Berlusconi è morto a giugno 2023. Esattamente un anno dopo, a giugno 2024, Forza Italia presentava la lista di candidature alle Elezioni europee con lo slogan “Silvio Berlusconi presidente” sul simbolo, che è lo stesso ancora oggi, a quasi tre anni dalla dipartita.
La morte terrena di Berlusconi non ha sancito la morte ideologica del berlusconismo. Questo anche perché Berlusconi al governo (e fuori) ha fatto tanto male, ma mai nulla di così brutto e così grave da squalificare il suo -ismo per il resto della storia. Un esempio di “brutto” e “grave” è la guerra mondiale che invece ha devastato il popolo e il territorio italiano grazie a Benito Mussolini, il cui -ismo, per questo motivo, è diventato legalmente improponibile.
Lo stesso principio vale per il trumpismo: esisterà e resisterà, a meno che non succeda qualcosa di veramente brutto che colpisca pesantemente le persone che in questa ideologia si riconoscono. Non deve essere una guerra, per carità! In tutta sincerità, non so cosa potrà essere. Ma esplorando la realtà statunitense da vicino non ho ancora raccolto dati che confutano questa ipotesi, di cui ho già scritto: perché il sentimento di certe persone nei confronti Trump cambi, e si avvii un percorso di coscienza, non so davvero cosa deve succedere se non qualcosa di bruttissimo anche a loro.
(L’alternativa è che dal Partito Democratico arrivi qualcosa di bellissimo: hmm.)
Nel frattempo può fare capolino la coscienza di rappresentanti e senatori/senatrici repubblicanə al Congresso. Douglas Spencer, un professore di Diritto costituzionale alla University of Colorado Boulder che ho intervistato per un articolo sulla salute dei pesi e contrappesi (checks and balances) che regolano la separazione dei poteri negli Stati Uniti5, mi ha spiegato che è al Congresso (il ramo legislativo) che la Costituzione ha affidato la maggiore autorità di arginare la tracotanza dell’esecutivo. Nell’era Trump, rappresentanti e senatori/senatrici repubblicanə hanno abdicato a questo compito.
“L’ala repubblicana si muove di pari passo con il presidente. Potrebbero approvare leggi per limitare il potere esecutivo, ma non lo fanno”, mi ha detto Alexander Tsesis, professore di Diritto costituzionale alla Florida State University, in un’intervista per lo stesso articolo. Non lo fanno perché sono alla mercé completa di Trump, che dispone a piacimento di vita e morte politica di chi serve la nazione sotto l’egida del Partito Repubblicano; non lo fanno perché l’interesse di quest’ultimo è più importante, per loro, di quello della nazione.
“Trump ha catturato la spina dorsale del Congresso”, mi ha detto Spencer.
Se il Watergate accadesse oggi… non accadrebbe! Non con un Congresso prostrato ai piedi di Trump. Nel 1973, i membri repubblicani di Camera e Senato erano ancora in grado di anteporre l’interesse del popolo a quello del partito. Cinquant’anni dopo, quanti Watergate in potenza sono spuntati con Trump alla Casa Bianca… stroncati sul nascere dalla discendenza di quello stesso Congresso repubblicano? Se il 6 gennaio fosse stato quello del 1973, non c’è dubbio che avrebbe sentenziato la morte politica di Trump e del trumpismo. Nel 2021, è stato business as usual.
Cionondimeno, se auspichiamo una ribellione a Donald Trump che sia collettiva e corretta, giusta e democratica, efficace nel breve termine e allo stesso tempo più longeva di un improbabile rovesciamento elettorale, solo il Congresso può soddisfare tutti i requisiti.
Qualche segnale positivo in questo senso è arrivato dopo i fatti di Minneapolis: anche alcuni membri del Congresso repubblicano hanno avanzato critiche alla condotta dell’esecutivo — motivate anche dal fatto che le modalità con cui ICE ha freddato Alex Pretti sono in conflitto con il diritto al porto d’armi senza intrusioni del governo. (Ecco, una violazione su larga scala di questo diritto può qualificarsi come “cosa davvero brutta” che indebolisce il sostegno a Trump senza passare per morti e feriti; è praticamente impossibile che accada.)
Anche il post razzista del presidente su Truth Social di qualche giorno fa ha attirato i pareri negativi di membri del suo stesso partito. Se questi sprazzi di saggezza sorgessero dalle fila repubblicane del Congresso più spesso e su scala molto maggiore, aprirebbero una via d’uscita solida e sostenibile.
Una presa di coscienza da parte del Congresso repubblicano è necessaria a prescindere da che il Partito Democratico recuperi o meno la maggioranza alla Camera ai midterm di novembre. Tanto più che se vittoria sarà, lo sarà marginalmente e muoverà di poco gli equilibri esistenti. Finché il Congresso repubblicano non intraprende un percorso di coscienza — se mai lo farà — il ramo legislativo non potrà nulla di fronte alla deriva della democrazia.
La parte di popolo che sa e capisce quanto sta accadendo negli Stati Uniti può aiutare il resto del Paese (e forse pure il Congresso repubblicano) a prendere coscienza. Essa stessa però deve riflettere sui metodi che utilizza. Ne parleremo presto, dicevo poc’anzi citando un articolo illuminante che ho letto in merito: non so ancora se la prossima settimana o quella successiva.
Tutte le volte sto per scrivere “di piazza”, che è la collocazione più frequente nella lingua italiana, poi mi ricordo che… negli Stati Uniti, le piazze non esistono.
L’esortazione è “call your representative”. L’idea è che la/il representative deve, appunto, rappresentare/trasmettere al Congresso le preoccupazioni del suo elettorato di riferimento. Nella pratica non esiste una linea telefonica diretta con la figura politica in questione, o comunque è rarissimo riuscire a parlare proprio con lei/lui (al di fuori di eventi speciali). Di solito si lascia un messaggio in segreteria telefonica o a una persona dello staff, che sulla base di queste telefonate stilerà un rapporto per la/il representative.
Nixon ha rassegnato le dimissioni prima di essere processato per impeachment.
Per chi non lo sapesse: il blu è il colore associato al Partito Democratico, il rosso a quello Repubblicano (il contrario dell’Italia!). “Blu” e “rosso” sono quindi usati spesso come metonimia per riferirsi all’uno e all’altro orientamento politico.



Enrica il tuo paragone fra le elezioni del 2020 e la vittoria europea dell'Italia e' strepitoso.
Per quanto riguarda il gradimento dell'ex arancione, ora bianco, ho la spiacevole sensazione che il calo sia generato sosta zialmente da fattori di inflazione e di difficolta' economica, non dalle sue azioni piu' brutali, cosi' come credo che ci sia una vastissima area della popolazione usa (diciamo quella tutta armi, integralismo religioso, razzismo e football) che ammira la volgarita', la violenza e l'arroganza contro le persone deboli che il bad man esprime.
Cosa potrebbe provocare una rottura, come giustamente ti chiedi?
In tutta modestia penso ad un tracollo economico simile, o forse peggiore, di quello del 2007/2008 oppure una grave crisi sanitaria, provocata dalle sciagurate politiche di devastazione della sanita', di lotta alla ricerca scientifica e di eliminazione delle protwzioni ambientali.
Quest'ultima, rispetto ad un crollo economico, ha ovviamente tempi di "esplosione" molto piu' lenti.
Questa settimana è morto l'attore che faceva dawson.
Come ho scritto in un altro commento sono stato colpito dal fatto che abbia dovuto fare una raccolta fondi per curarsi il tumore al colon, mentre una persona a me vicina più giovane di me non ha tirato fuori una lira pur essendo stata operata da un luminare dopo che nel policlinico di riferimento si erano rifiutati di intervenire.
Ho letto tutti i tuoi pezzi sulle assicurazioni sanitarie, ma faccio ugualmente fatica a credere che una persona che ha goduto di fama mondiale con una moglie che lavora (almeno così ho letto) e sei figli abbia dovuto fare una colletta per qualcosa che in Italia ti danno in automatico.
E sottolineo che in Italia il problema non è l'accesso alle cure quando necessarie ma la prevenzione secondaria cioè le liste d'attesa per gli screening e la diagnostica non urgente.
Per assurdo (o per fortuna) una persona senza possibilità economiche può ricevere cure migliori di un riccone se la prima sa dove rivolgersi e ha la pazienza di informarsi dove sono i centri meglio specializzati per la propria patologia.
Oltretutto il luminare di cui sopra opera in provincia di Bari non allo IEO.
Detto questo ho 2 domande:
-È vera la notizia delle difficoltà a curarsi il cancro per l'attore in questione?
-Il partito democratico ha la capacità di evidenziare le tangibili differenze con la qualità di vita Europea anche dal punto di vista delle sicurezze e protezioni che per assurdo sono quelle che i Maga cercano in Trump ed i cui residui si disperderdono giorno dopo giorno?