Bighellonare
Negli Stati Uniti è difficile "stare" in uno spazio pubblico. È lo specchio di una società, che non si spiega solo con la logica di profitto e consumo
La vista è così rara che ho bisogno di qualche secondo per metterla a fuoco.
A fianco di un parcheggio, di fronte a un palazzone a vetri di recente costruzione — destinato sicuramente a ospitare l’ennesimo labirinto di cubicoli da formichine tardo-capitaliste —, nel mezzo di un’area commerciale che comprende l’Apple Store e Sephora da una parte, il grande magazzino Target e il supermercato della gioventù progressista Trader Joe’s dall’altra, emerge timida un’oasi di panchine, panchetti, tavoli e tavolini. È immortalata nella foto qui sopra, scattata a Boulder, in Colorado, a qualche isolato da casa mia.
Panchine e tavoli occupano a grappoli sei piazzole intramezzate da aiuole, su cui svettano snelli aceri dalla chioma verde e prosperosa.
Seduto a un tavolo c’è un uomo che esamina un faldone di documenti. In mano nessun bicchiere di caffè o bevanda gassata con il logo del Panera Bread dall’altra parte della strada — presenza fissa in un mall all’aria aperta come questo. Ai piedi nessun sacchetto della spesa o di un marchio venduto nei paraggi. Semplicemente, l’uomo siede al tavolo e sfoglia i suoi documenti. In un luogo pubblico negli Stati Uniti! Senza spendere soldi!
Non me ne sono accorta subito, nel passaggio dal paesaggio italiano — prevalentemente quello di una grande città monumentale (in senso artistico e architettonico) come Bologna — alle geografie statunitensi, che siano centri urbani sterminati come Chicago, o più a misura di persona europea come Boston, o cittadine immerse nella natura come Boulder. A dire la verità me ne stupisco ancora adesso, a quasi esattamente dieci anni di distanza. Ma negli Stati Uniti è pressoché impossibile trovare modalità per sedersi in un luogo pubblico senza fini o intenzioni altre che esattamente, semplicemente, innocentemente quella: sedersi in un luogo pubblico. Starci.
Magari scambiando chiacchiere con un’amica, o mangiando un gelato, o fumando una sigaretta, o bevendo una birra, o leggendo un libro, o scrollando sul cellulare. Il secondo fine non è precluso, né sanzionato. È però reso possibile dalla gratuità e accessibilità dell’esperienza alla base: sedersi in un luogo pubblico. Stare.
Per stare in un luogo pubblico non serve una panchina. Basta un muretto, come quello su cui io e le mie amiche ci siamo sedute per anni e ancora ci sediamo, insieme o in solitudine, in Piazza Santo Stefano a Bologna:
O gradini, come quelli di San Petronio in Piazza Maggiore:
Addirittura, su una piazza, di solito ci si può anche sedere per terra:
È così che lo spazio condiviso cessa di essere semplicemente canale di passaggio, transitorio e incidentale, ma diventa compagno attivo di esperienza e la incarna come veicolo di presenza.
All’origine di questa riflessione c’è la lettura di una recente puntata di Ibérica, la newsletter di Roberta Cavaglià su Spagna e Portogallo, che racconta la storia di un collettivo di Lisbona che rivendica il “diritto allo spazio pubblico”. Roberta ne cita una dichiarazione:
Abbiamo il diritto di sederci. Di sederci in spazi che non sono destinati al consumo. Vogliamo sederci e parlare, riposare, giocare, mangiare, leggere. Usiamo lo spazio pubblico come luogo di passaggio, quando invece è anche un luogo in cui stare. La città è progettata per massimizzare il reddito e la mobilità. Una panchina può cambiare questa situazione. Le panchine pubbliche sono un oggetto strutturale per la città. Mantengono in vita le comunità.1
Pochi giorni dopo aver letto questa storia, la newsletter di Cool Beans Expat Club — comunità creata da un gruppo di donne italiane residenti a Chicago — mi ha aiutato a declinare le parole del collettivo portoghese al contesto statunitense:
È veramente difficile trovare spazi negli Stati Uniti che invitano alle relazioni. Posti come centri città, quartieri percorribili a piedi, luoghi dove indugiare e incontrare altrə — sono semplicemente più difficili da trovare qui.
[…] Ci siamo imbattute in un articolo [che] mette a confronto gli stili di vita americano ed europeo, e una parte in particolare ci ha colpito:
“Se la priorità è che ognuno è il signore del proprio feudo, come negli Stati Uniti, allora la sfera pubblica può essere largamente ignorata, poiché alla fine si tratta solo di una componente temporanea nella vita delle persone. Un luogo per il quale devi passare spostandoti da casa […] al lavoro. Il risultato è che gli spazi pubblici negli Stati Uniti sono trattati in maniera sbrigativa”.
[…] La cultura dà forma alla progettazione urbana, che a sua volta dà forma a come (e se) ci relazioniamo.2
È un concetto di una verità disarmante.
Anche una donna qui ha descritto con dovizia di particolari il mondo del lavoro e della sanità negli Stati Uniti come metafore di cultura americana, intesa soprattutto come “postura politica ed economica”. A questi esempi classici si aggiunge la sfera dello spazio pubblico, meno conosciuta, meno apparente e meno sentita, perché lo spazio come luogo di transizione scivola via e ti scivola addosso, senza imporre le scelte di una carriera o i calcoli dell’assicurazione sanitaria.
Lo spazio pubblico è metafora di ripiegamento sull’individuo e precedenza alla dimensione privata, come nella citazione di cui sopra.
Lo spazio pubblico riflette la preferenza politica per un “governo piccolo” (small government) che poco intrude nella vita della cittadinanza, e che quindi non assorbe un gettito fiscale sufficiente a finanziare l’acquisto di panchine o cestini per i rifiuti da posizionare per strada, tra i tanti esempi. Una cosa così negli Stati Uniti è introvabile; ai Giardini Margherita di Bologna ce n’è uno ogni venti metri:
In questo senso, la definizione di spazio pubblico si configura più propriamente al negativo: si tratta di spazio che è, primariamente, non-pubblico.
Lo spazio non-pubblico è al servizio dell’ideologia economica del capitalismo, per cui “stare” e basta è una condizione di improduttività. Uno stato di presenza disinteressata corrisponde a lentezza e inutilità, nel senso che non genera utile. Strisciare la carta di credito, invece, preconizza una vaga e sfuggente felicità futura con la velocità di un istante e la sicurezza del profitto.
Socializzare tra persone fuori dalle mura di una casa non può avvenire in assenza di uno scambio di denaro: se con le mie amiche a Bologna possiamo darci appuntamento solo per sederci sul muretto di Piazza Santo Stefano, negli Stati Uniti non ho memoria di un incontro con amici (fuori casa mia o loro) che non comportasse una spesa, che sia un caffè, un calice di vino (ormai imbevibile a meno di 15 dollari nelle grandi zone urbane; 15 dollari per 150 ml di vino), un pasto.
In certi casi fortunati si può fare una passeggiata, ma non sempre: la maggior parte delle strade statunitensi non sono costruite a misura di pedone, né esiste il concetto di centro città che abbiamo in Italia o in Europa. Non perché, come spesso si insiste impropriamente, “gli americani vivono in macchina” (stereotipo che solo in parte corrisponde a verità); ma perché lo spazio non-pubblico non è progettato per stare in una posizione di presenza: serve solo a scivolare da un atto di produzione e/o consumo a quello successivo.
Infine, lo spazio non-pubblico negli Stati Uniti è anche specchio di un certo tipo di relazioni sociali più sottili, più profonde e soprattutto più taciute, che vanno ben oltre il semplice incontrarsi per un caffè, due chiacchiere e tre acquisti.
Esistono norme sociali, spesso codificate in leggi locali o statali, che definiscono e regolano l’atto di stare in un luogo pubblico senza scopo apparente. In inglese questo comportamento trova espressione nella parola loitering, dove il verbo to loiter può essere tradotto in italiano con bighellonare, gironzolare, vagabondare.
“NO LOITERING”, leggevo ogni mattina sulle vetrate della stazione di Porter Square della metropolitana di Boston, transitando per uno spazio pubblico sulla via dell’ufficio. Vietato bighellonare: le violazioni saranno perseguite a norma di legge, recitava il cartello.
Ammonizioni (e leggi!) come queste sono pensate per controllare e punire quella parte della popolazione statunitense che non può farsi scivolare addosso lo spazio non-pubblico, ma per un motivo o per l’altro ha necessità di abitarlo — spesso in modalità molto diverse dall’indugiare sul muretto di Piazza Santo Stefano senza un motivo che non sia semplicemente “essere”.
Se lo spazio non-pubblico è un canale di scolo tra residenza e ufficio, dove trova rifugio chi la casa e/o il lavoro non ce l’ha? Se lo spazio non-pubblico è strutturalmente concepito per incentivare la spesa di denaro, cosa può fare chi ha il portafoglio vuoto?
Niente.
Dico sul serio: niente. Il problema dello spazio non-pubblico non è solo l’assenza di luoghi dove si può semplicemente “stare” e abbandonarsi alla presenza per puro divertissement; ma è anche che lo spazio non-pubblico è progettato apposta per punire chi non si adegua all’ideale individualista, privatista e capitalista. A queste persone non rimane nessuno spazio, poiché le clausole di questo ideale implicano che rinunciarvi sia un supposto “fallimento”, la cui responsabilità cade sulla persona e mai sulla struttura spesso ingiusta in cui è costretta a muoversi.
Bighellonare è un reato di sottrazione alla norma sociale, culturale ed economica dominante, che è l’unica moralmente accettabile.
Non a caso, il reato di loitering è stato storicamente invocato ai danni delle persone non bianche, ed è tuttora una forma molto diffusa di profilazione razziale.
Una persona bianca indugia nei dintorni della stazione di Porter Square? Tutto a posto, starà aspettando un’altra persona bianca per andare a fare shopping o discutere il prossimo progetto d’affari. Una persona nera viene avvistata nello stesso luogo in evidente stato di vagabondaggio? That’s loitering! Call 911!3
L’oasi immortalata e descritta in apertura è rara nel paesaggio statunitense. Si tratta di spazio a tutti gli effetti pubblico, in una città e uno Stato dove le tasse tendono a essere superiori alla media nazionale… situato comunque nel bel mezzo di un’area commerciale, dove è pressoché impossibile trovarsi senza avere a monte la necessità o il desiderio di spendere denaro.
Quando ho notato le panchine e i tavoli in mezzo agli alberelli, era già da qualche settimana che pianificavo di scrivere questo pezzo. Ho scattato la foto da allegare.
Poi sono entrata nel negozio a fianco per comprare un nuovo bollitore.
Da un post su Instagram del collettivo portoghese Infraestrutura Pública, tradotto e citato da Roberta Cavaglià in Iberica, Il diritto a sedersi, 9 maggio 2025.
The Cool Beans Soup, Finding home, is it like waiting for Godot?, 20 maggio 2025; traduzione dall’inglese della sottoscritta.
Esempio esagerato, ma neanche troppo. Spero che da questa lettura non vi rimanga la nozione, superficiale e scorretta, che “negli Stati Uniti non si può stare ferme senza motivo senza prendere la multa”. È un discorso molto più complesso e articolato e il suo fascino sta nella difficoltà di esaurirlo, soprattutto da una prospettiva di paragone con il contesto italiano.









molto molto interessante!
la questione dello spazio pubblico mi pare davvero centrale
e porta in campo Urbanistica e Architettura
e i loro ovvi legami con il potere politico
nel rendere il mondo intorno a noi più o meno vivibile
più o meno "obbligato al consumo" per avere in cambio tempo e luogo a disposizione
vabbe', mi fermo che la farei troppo lunga
ma grazie ancora per il tuo punto di vista altro, distante
Luca
uno che di tanto in tanto si siede anche lui in piazza Santo Stefano, o su qualche panchina ai Giardini Margherita... ;-)
Tema interessantissimo, ci penso spesso perché – oltre alle biblioteche – tendo a passare tanto tempo in posti dove devo pagare qualcosa per "stare". La questione panchine per me era stata una rivelazione appena trasferitami da Milano a Barcellona: quanti posti trovavo per stare e basta, usare lo spazio pubblico per rilassarmi o riposare. Rispetto a Milano era stato un cambiamento grande, ai tempi (parlo di 13 anni fa ormai). Bellissimo numero, grazie!